Un diritto in “imminente pericolo”

La nuova emergenza sanitaria inasprisce gli impedimenti e gli ostacoli al servizio sanitario per un aborto sicuro. Pertanto è necessario far circolare il più possibile le informazioni. Invito le donne in difficoltà a riferirsi alle associazioni che saranno menzionate in questo articolo. Molte informazioni sono reperibili al blog IVG-ho abortito e sto benissimo. Potete ricorrere anche ai Consultori privati laici, accessibili tramite il canale Telegram SOS Aborto_Covid-19, predisposto da Obiezione respinta.

illustrazione della nostra strepitosa Luppola la Speziale

La fede pastafariana che pervade il mio attivismo mi suggerisce di considerare la libertà dei corpi come una condizione spirituale. Il corpo, che non è libero di scegliere per sé stesso e per la propria vita, è un corpo moralmente mortificato. Sono consapevole che le resistenze alla piena autonomia di scelta delle donne sono spesso ispirate da convinzioni religiose. Mi rammarico che la fede faccia questo. Mi rammarico che la fede depotenzi la capacità delle persone di definirsi e di progettare la propria esistenza tenendo conto delle proprie reali possibilità. Offro pertanto il mio conforto alle donne che in questi giorni sperimentano un’ennesima frustrante solitudine. Ai fedeli e ai ministri di altri culti, invece, fornisco l’esempio di una religione, il Pastafarianesimo, che non soffoca la dignità delle persone libere. C’è un modo di essere credenti, senza essere lesivi dei diritti della persona. C’è un modo.

Intanto, se desiderate capire cosa sta succedendo alle donne che desiderano ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza, leggete il resto.

In Italia, grazie alla legge 194 del 1978, le donne hanno il diritto di abortire per qualsiasi ragione nei primi 90 giorni della gravidanza. I medici, però, possono rifiutarsi per obiezione di coscienza, a meno che la vita della donna si trovi in “imminente pericolo”.

L’obiezione di coscienza in alcuni territori raggiunge l’80% dei medici. Va da sé che l’accesso al servizio sanitario non possa essere scorrevole. Ma la legge italiana prevede anche altre condizioni che durante la pandemia, come osservato da Human Rights Watch, ostacolano il rispetto dei termini fissati. Facciamo un esempio.

A una donna che voglia interrompere la gravidanza, la legge, il cui obiettivo è “la tutela sociale della maternità e la prevenzione dell’aborto”, impone una consulenza obbligatoria che valuti ed eventualmente rimuova “i fattori che la porterebbero alla interruzione della gravidanza”. L’ottenimento di questa consulenza, in una cornice congestionata a causa della pandemia, ha rallentato i tempi fino a raggiungere livelli critici.

Gli ospedali in affollamento hanno convertito interi reparti al covid. Sono stati chiusi molti consultori. Le helpline per l’aborto registrano un incremento della domanda di supporto e l’Oms ha presentato le proprie raccomandazioni a diversi governi affinché considerino gli interventi indifferibili.

La situazione in Polonia è nota. Ma sono tanti i paesi in cui le donne si trovano in serie difficoltà. Negli Stati Uniti, associazioni come Plan Parenthood e Amnesty International, hanno contestato la pressione dei governatori antiabortisti. In Italia, il ministero della Salute non ha adottato misure per facilitare l’aborto farmacologico, che le donne possono gestire autonomamente, a casa propria. Mentre in Francia e in Gran Bretagna l’uso della pillola abortiva presso il proprio domicilio è affiancato da assistenza telefonica a opera di medici, nel nostro paese, in piena emergenza Covid è mancato persino il riferimento a un sito istituzionale cui rivolgersi per reperire le informazioni necessarie. Daniela Fantini, ginecologa e presidente del consultorio autogestito CEMP (Centro di educazione matrimoniale e prematrimoniale) di Milano, in un’intervista al Fatto quotidiano denuncia che già a metà aprile le direzioni ospedaliere indirizzavano i propri dipendenti “a non rispondere alle domande sui servizi IVG“.

C’è da dire che tutte le regioni italiane lamentano disservizi di tal sorta.

Non una di meno a Firenze, ad esempio, aveva denunciato che all’ospedale Careggi non solo il 70% dei ginecologi è obiettore, ma che la possibilità di accedere a informazioni in via telefonica era limitata, almeno durante il primo lockdown, ad appena due ore al giorno.

Nell’ospedale di Versilia sono solo due i medici che praticano aborti, il dottor Alessandro Stefani e il dottor Massimo Ciaponi: nel loro reparto di ginecologia ed ostetricia su 18 medici, ben 16 sono obiettori di coscienza.

Obiezione respinta segnala che in Umbria garantiscono l’interruzione volontaria di gravidanza (ivg) chirurgica e farmacologica unicamente i presidi di Foligno e Città di Castello. Sulla base delle informazioni fornite da Ru2020-Rete Umbra per l’Autodeterminazione, Pro-choice e Rete italiana contraccezione aborto, sappiamo che la Usl1 a Umbertide e Perugia effettuano solo cinque ivg chirurgiche a settimane e non hanno mai effettuato ivg farmacologiche; l’ivg farmacologica è garantita dalla Usl2 a Narni, dove mancano gli anestesisti per le Ivg chirurgiche. Le attiviste ci informano che, per via dell’emergenza sanitaria Covid, sono interrotti tutti gli aborti, farmacologici e non, a Terni, a Orvieto, a Pantalla e Spoleto.

In provincia di Avellino, alcune donne di Ariano Irpino hanno riferito che il medico di base rifiutava di certificare lo stato di gravidanza e la volontà di interruzione. Questa situazione si è verificata anche ad Oliveto Citra, in provincia di Salerno, dove il medico di base non acconsente al certificato, il ginecologo privato è obiettore e il consultorio del paese è chiuso.

A seguito della conversione di 90 posti letto alla cura del Covid-19, l’ospedale San Paolo di Bari ha chiuso l’Unità operativa semplice di Pianificazione familiare. Questa unità era particolarmente preziosa perché dava assistenza anche a donne provenienti dalle province di Brindisi e Taranto, dove mancano medici non obiettori. Le pazienti del San Paolo sono ora dirottate al Fallacara di Triggiano, già oberato. Qui le interruzioni di gravidanza possono essere eseguite solo in day service: in caso di rischio anestesiologico, le pazienti di solito erano trasferite proprio al San Paolo, che è dotato di rianimazione. Ora, in caso di complicanze e necessità di ricovero, gli unici ospedali attrezzati in zona sono il Policlinico e il Di Venere di Bari, anch’essi stracolmi. Ma al Policlinico c’è un solo medico non obiettore operativo e manca un servizio di Pianificazione familiare strutturato. Al Di Venere, c’è una sola ginecologa non obiettrice.

A fronte di problematiche tanto urgenti, durante il primo lockdown, ed esattamente l’8 aprile, si è mossa anche la SIGO, una società di ginecologia e ostetricia che riunisce tre associazioni, AOGOI, AGITE e AUGUI. Hanno sollecitato il ricorso all’aborto farmacologico, a tutela della salute e dei diritti delle donne, così come previsto dalla Legge 194/78, chiedendo per le pazienti un solo accesso in consultorio o ambulatorio, oppure a casa in supporto di telemedicina, insieme al prolungamento del limite da 7 a 9 settimane di gestazione. La lettera indirizzata da Pro-choice RICA al Ministero della salute, al Presidente del Consiglio e alla Agenzia italiana del farmaco, è stata firmata anche dalle associazioni AMICA, LAIGA e Vita di donna.

 

 

 

 

 

 

 

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