Dioscotto presenta: BLASPHEMY BOX!!!

Ma cos’è questa faccia triste e mortificata?

Sei stanc* che il tuo bisogno di sfogo sia guardato con occhi di condanna?

Stanc* di doverti tappare la bocca come un* appestat* per non urtare gli altri?

Sei stanc* di gironzolare alla ricerca di un cantuccio tranquillo ove urlare in santa pace?

CAR* BESTEMMIAT* INDIFES*,

a te ci pensa la Chiesa Pastafariana Italiana!

Con la Blasphemy Box© potrai finalmente lanciare improperi senza disturbare nessuno!

Il nostro Dio, il Prodigioso Spaghetto Volante, di certo non si offende, ma qualsiasi altra divinità se offesa non saprebbe farsi giustizia da sola, senza che l’uomo debba intervenire? Altrimenti, scusa… che Dio è?
Certi intercalari non sono forse puro folclore, privi di ogni significato effettivo? E allora perché prendersela tanto?

Lanciare un’innocua bestemmia non favorisce forse la ripresa dall’urto del mignolo contro il tavolo, non canalizza in maniera non violenta la rabbia per il rigore fallito? Non offre forse uno sbocco salutare all’uomo indignato dalle ingiustizie del mondo?

Perché vergognarsi allora? Perché nascondere? Non è forse opportuno tutelare la virtù umana di usare le parole per elaborare l’onta e la rabbia?

DA OGGI TUTTO QUESTO È POSSIBILE!

Tale fantastica opportunità ti viene offerta in una giornata davvero speciale: la Giornata Internazionale della Blasfemia, istituita diversi anni fa dal Center for Inquiry e dal Council for Secular Humanism per garantire la libertà di espressione e per favorire una società laica.

Come festeggiare questa splendida ricorrenza, se non concedendoti un regalo del Prodigioso?

Con una modica cifra, puoi scaricare il file stampabile della tua stanza mobile riservata. Potrai istallarla dove vuoi, smontarla e riportarla a casa. Puoi scegliere tra due sensazionali modelli:

MODELLO COSA INCLUDE PREZZO
Modello Basic € 1.00
Modello Deluxe include più grafiche ed è potenziato dalla Pennedizione Pappale, impartita direttamente da Pappessa Scialatiella Piccante I! € 2,00

Che aspetti? Ordina la tua Blasphemy Box!

Da oggi i permalosi hanno un’area di rispetto da tutelare, perché anche tu, PROPRIO TU, hai finalmente uno spazio riservato, tutto tuo!!!

 

Hai bisogno di un’altra motivazione per operare l’acquisto?

Ebbene, con questo gesto contribuirai a dare sollievo a tanti bestemmiatori puniti.

Grazie alla Campagna Dioscotto, con la quale la Chiesa Pastafariana Italiana chiede l’abolizione delle leggi contro la blasfemia, abbiamo istituito un fondo per le vittime della 724 e tu, con pochi euro, puoi rimpolpare il prezioso e solidale tesoro ed aiutare chi come te viene vessato per le proprie espressioni blasfeme.

In Italia, in base all’articolo 724, per una bestemmia enunciata in luogo pubblico, la multa va dai 50 ai 300 euro circa. E l’Italia non è il Paese europeo più permaloso. In Irlanda si rischiano 15 mila euro! In altre parti del mondo le cose vanno anche peggio. Per blasfemia si può essere esiliati, imprigionati, condannati a morte.

Esplorando la situazione, i pirati pastafariani si avvedono che molto spesso le leggi contro la blasfemia, più che tutelare il sentimento del sacro, consentono ad alcuni poteri di restare ingiudicabili. Sanzioni e pene sono comminate soprattutto ad artisti, attivisti, giornalisti. Non sei felice di dare una mano per impedire una simile barbarie?

Affrettati!

E… Ricorda:

Bestemmia Dio scotto

e non sarai sanzionato!

 

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A donazione effettuata, attendi qualche secondo: verrai reindirizzato automaticamente al link per scaricare la tua Blasphemy Box©







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Lettera della Pappessa al Sindaco Luigi De Magistris

Caro sig. Sindaco,

il 24 luglio 2018 con posta certificata la Chiesa Pastafariana Italiana, di cui sono Pastefice Massimo, inoltrava una richiesta di nulla osta per la concessione di uno spazio pubblico e di patrocinio morale con esenzione del canone di occupazione.

Lo spazio era richiesto per la realizzazione di una area temporanea e protetta ove ospitare opere d’arte e performance artistiche minacciate di censura per motivi religiosi. L’iniziativa si sarebbe dovuta svolgere il 30 settembre, in occasione della Giornata internazionale della Blasfemia, istituita dal Center for Inquiry e dal Council for Secular Humanism per tutelare la libertà di espressione e per favorire una società laica.

Il Sindaco di Napoli Luigi De Magistris, destinatario della lettera.

Non essendo pervenuta a noi alcuna risposta, non abbiamo potuto completare la procedura lasciando in sospeso gli artisti nazionali e internazionali che avrebbero preso parte alla Giornata.

La Sua Amministrazione si presenta pubblicamente come un’amministrazione trasparente, portatrice di valori di inclusività, della cultura della differenza, si dichiara disposta ad avvalorare le iniziative dei cittadini volte a costruire una vita collettiva partecipata. Se un’amministrazione così efficiente manca di rispondere, non avendo elementi per accusarla di sciatteria burocratica, devo valutare la possibilità che Lei sia in difficoltà per ragioni ideologiche.

In tal caso, ho l’obbligo spirituale di aiutarLa a tenere presente la funzione essenzialmente laica del Suo servizio alla comunità.

La neutralità dello Stato di fronte alle religioni e agli opposti sistemi di pensiero, caro Sindaco, configura un dovere sereno e consapevole di imparzialità. Di fronte a opere artistiche religiosamente ispirate e ad altre, critiche e provocatorie, l’imparzialità consiste in un atteggiamento che non determini censura preventiva, ma pari diritti tra le due contrapposte visioni.

Certamente Lei non ha bisogno che io Le ricordi che la democrazia non coincide con la teocrazia.

Sono convinta che Lei sappia che concedere a una manifestazione laica la gratuità del canone di occupazione non significa dichiarare appoggio personale alla blasfemia, ma significa riconoscere che un’associazione no profit pur proponendo opere artistiche laiche, svolge il suo lavoro, egualmente prezioso di quello mosso dai valori della fede; significa riconoscere che un’associazione no profit non può essere penalizzata solo perché interessata a promuovere la laicità dello Stato, in quanto un’Amministrazione pubblica tratta con neutralità i contenuti delle diverse opinioni e ha il dovere di sincerarsi solo dell’effettiva capacità economica delle organizzazioni e della legalità delle attività svolte.

È fondamentale, in questo momento, dimostrare che la paura delle reazioni dei religiosi non può limitare il pensiero critico o l’urgenza soggettiva degli artisti.

La sugosissima Scialatiella Piccante I, Pappessa dei Pastafariani d’Italia, autrice di questa lettera.

Da capo spirituale di una minoranza religiosa so benissimo quanto è difficile praticare principi così semplici e come sia facile, invece, essere attaccati con i pretesti più banali.

Le offro pertanto ascolto. Sono desiderosa di portarLe la mia comprensione e di offrirLe un confronto alla ricerca di soluzioni, nella speranza di contribuire a una società affrancata dai pregiudizi e dalla paura.

Con questa lettera, quindi, Le porgo un invito a pranzo o a cena presso il luogo di culto pastafariano sito nella sua città, ovvero Salumeria Upnea in via S. Giovanni Maggiore Pignatelli.

Consapevole che la mia vita di preghiera mi alleggerisca dagli affanni quotidiani, lascio a Lei la possibilità di scegliere la data e l’orario.

Confidando in un cordiale riscontro, Le porgo i miei più sugosi saluti,

Pappessa Scialatiella Piccante I,
al secolo Emanuela Marmo

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Una storia da Raduno (che tutti dovrebbero conoscere)

Dal momento in cui è terminato nel 2017 il raduno pastafariano di Massa, tantissimi pirati hanno trascorso un lungo anno, cuocendosi nel sugo dell’attesa, per potersi conoscere o finalmente ritrovarsi quest’anno, nella località di Anzio.
La prima cena, consumatasi nella grande sala all’aperto del camping dove eravamo ospiti, è stata un tripudio di saluti, abbracci, baci e vibranti aaahhhrrr che echeggiavano tra i tintinnii dei boccali di birre spumeggianti.

Quanto calore e affetto ho letto negli sguardi dei pirati che, ammiravano, con gli occhi scintillanti di emozione, la Pappessa e i vari frittelli che si alternavano in profondi, gioiosi e conviviali discorsi.
In ogni tavolata trapelava la straripante energia e la fervida ironia, che caratterizza lo zoccolo duro dei pastafariani praticanti.

Eppure, quella sera, c’era qualcosa che mi turbava: la sensazione che, alcuni clienti della struttura che cenavano nei tavoli accanto ai nostri ed il personale di sala che ci serviva la cena, fossero contrariati e disturbati dalla nostra presenza.
Certo, indubbiamente eravamo ottanta variegate persone, in abbigliamento da pirata, che portavano il loro bagaglio di esuberanza e adrenalina per il nuovo raduno ma, sempre, nel rispetto di chi ci stava accanto e di chi ci serviva.

Così, mossi dallo spirito di inclusione che caratterizza la nostra religione, al termine della cena ci siamo recati, in accordo con i gestori del camping, nel patio antistante il ristorante, per celebrare un importante rito.

Il pastrimonio, ossia il matrimonio pastafariano celebrato con rito solenne, ha avuto inizio con lo sparo dei petardi per allontanare eventuali spiritelli malevoli, davanti ad un nutrito pubblico di invitati ed anche, una considerevole fetta di esterni, visibilmente incuriositi, che si alzavano e si sedevano al ripetuto suono della campanella del Priore di Roma.

Con fare solenne, i ministri di culto celebranti, hanno ricordato ai nubendi, i diritti e doveri del matrimonio all’interno della famiglia pastafariana e, la celebrazione, è proseguita con la lettura dei condimenti scelti e romantiche dichiarazioni di amore.
Avevo la pelle d’oca, mentre sentivo pronunciare un rito che avevo conosciuto attraverso le lezioni impartite al cotechismo, ma a cui avevo potuto assistere solo in occasione dei raduni.

Un rito che celebra i valori dell’uguaglianza, del rispetto, dell’amore e della libertà.

Eppure, mentre la commozione rendeva gli occhi lucidi a molti presenti, un senso di inquietudine mi ha portato a interrogarmi se, questo messaggio, potesse davvero arrivare al cuore di tutti gli spettatori. E ammetto di aver provato un certo disagio nel vedere, non solo volti interessati e sorrisi sinceri ma, anche, alcuni volti incupiti e risate irriverenti di scherno.

Purtroppo i miei timori non hanno tardato a paventarsi, in quanto, poco tempo dopo il termine del rito, un frittello è stato aggredito verbalmente da un energumeno che, con fare intimidatorio, ci accusava di aver turbato l’innocenza del figlio minorenne, costretto ad assistere all’Unione spirituale tra due uomini.

Lo ammetto, ero scoraggiata, quel gesto vile aveva ferito un frittello e sembrava avesse aperto una crepa profonda tra noi e le persone che, in quel momento, rappresentavano la comunità con cui dovevamo convivere.

Quel gesto aveva illuminato, come potrebbe fare una torcia nel buio della notte, la pochezza di spirito di squallidi individui che usano la violenza, come forma preferenziale di comunicazione, incapaci di vedere l’amore come l’unione di chi si ama, indipendentemente da tutti gli stereotipi affettivi e culturali che, la nostra società, ci impone dalla nascita. E che, con il tempo, ci portano a credere che essi siano la normalità e, chi rifiuta di conformarsi, sia da giudicare e ghettizzare.

Se fosse posta la benda sull’occhio stolto di molti adulti, permetterebbe loro di comprendere che, la morbosa conflittualità nei confronti delle scelte sessuali e affettive che ciascuno di noi compie, è frutto di condizionamenti che alcune religioni obsolete hanno inculcato nei secoli ai loro fedeli, per avere il totale controllo dei valori fondanti della vita umani ed essere veri e propri registi, di usi e costumi sociali.

Con tale obiettivo, hanno trasmesso in maniera martellante il concetto che, tutto ciò che ha a che fare con il sesso, il sentimento, il divertimento e le emozioni della natura umana è impuro, è peccaminoso, è inopportuno, è spregiudicato, a meno che non sia circoscritto tra rigidissimi paletti discrezionalmente scelti da tali religioni.

Noi pastafariani, attraverso le nostre iniziative e tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione, dedichiamo un grande impegno ad incoraggiare e stimolare una riflessione il più possibile scevra da condizionamenti esterni, che permetta, a chi ci circonda, di cogliere il significato recondito dei nostri riti, dei nostri valori, della nostra ironia.

Proprio per l’importanza che diamo ad essi, anche se un po’ demoralizzati per lo spiacevole evento, abbiamo imperterriti continuato a svolgere il programma originario, tra importanti riunioni di associazione per poter pianificare progetti e iniziative future, e attività ludico ricreative. Sempre con il sorriso sulle labbra, la caparbietà e l’umorismo che ci contraddistingue.

Non so se, a questo punto, il Prodigioso Spaghetto Volante è intervenuto improvvisamente come deus ex machina delle commedie greche. Oppure, molto più facilmente, se la nostra perseveranza ha prodotto i primi frutti.

Il giorno seguente è accaduto che, dopo lo spettacolo Morire dal Ridere, il Beverendo si è recato nel backstage per salutare e complimentarsi con gli interpreti e si è imbattuto in due ragazzi dello staff del camping. I due, entusiasti, affascinati dalle grandi tematiche etiche da noi affrontate e commossi dalla genuinità del pastrimonio, hanno rivolto al Beverendo una frase che è rimasta scolpita nella sua mente, e che lui ci ha riportato fedelmente:

“Avete portato uno squarcio in questo camping, questo mondo chiuso di persone con prospettive così piccole, avete mostrato a tutti che fuori c’è tanto di più”

Avete presente come si comporta una biglia quando viene posta su un piano inclinato? Parte piano, quasi silente e impercettibile, e poi accelera, a tal punto che, se il piano fosse infinito, essa accelererebbe all’infinito. Oggi penso che quella biglia, alla faccia di chi ancora ci deride e ci considera degli svitati vestiti da pirati, sta percorrendo, prendendo sempre più velocità, la sua discesa verso gli obiettivi della nostra associazione, inondando gli animi, di chi è propenso a bendare l’occhio stolto, e pronta ad insinuare il tarlo del dubbio anche a chi è molto diffidente.

A rafforzare questo mio pensiero è accaduto che, durante la stessa sera, mentre festeggiavamo il termine di un altro giorno di raduno presso la casetta mobile prescelta per trascorrere le lunghi notti di preghiere e canti pirateschi, denominata #Ischia31, dalla spiaggia è arrivato silenzioso un caddy elettrico, guidato da un addetto alla vigilanza del camping, il quale ci ha urlato:

“Ragazzi, ho visto la luce”

Tra la consapevolezza di non stare proprio giocando al famoso “gioco del silenzio” e lo stupore che fosse invece l’illuminazione della casetta ad arrecare disturbo, ci siamo precipitati a rispondere che l’avremmo spenta.
Ma lui, risoluto, ha risposto:

“No no, ho proprio visto la luce. Pastezzatemi.”

Potrei dilungarmi sulle urla di giubilo che i pirati presenti hanno lanciato, sul commovente pastezzo del frittello novizio, o sui boccali di birra che hanno ripreso a tintinnare con ancora più vigore della prima cena. Potrei dilungarmi su quanto mi sono sentita sciocca, in quel momento, per aver provato imbarazzo nell’essermi fatta condizionare dai gesti spiacevoli del giorno prima, senza aver avuto immediata fiducia nelle nostre potenzialità di comunicazione. E potrei dilungarmi, infine, sull’uragano di emozioni che il susseguirsi degli eventi mi ha fatto vivere.

Ma preferisco concludere con le parole del Beverendo che, per me, riassumono e simboleggiano il vero trionfo di questo raduno.

“Dovunque andiamo facciamo casino, creiamo perturbazioni, portiamo cambiamento, instilliamo il dubbio, diamo nuove prospettive e speranze, arrembiamo e saccheggiamo i cuori delle persone. E lo facciamo con gioia, con spontaneità, divertendoci come bambini che giocano con le onde, senza paura di mostrarci ridicolmente felici e felicemente ridicoli, essendo noi stessi per primi il cambiamento che vorremmo vedere attorno.
E sta cosa funziona proprio, Dioscotto!”

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Lettera del Dott. Ranzato alla Redazione de La Repubblica

Alla cortese attenzione dei responsabili,

Vi scrivo in relazione all’articolo pubblicato oggi (17/8/2018) in merito alla battaglia che la Chiesa pastafariana olandese sta conducendo in merito al proprio riconoscimento e alla propria libertà di culto, così come letto al link.

Uno stralcio dell’articolo di Pietro del Re su Repubblica.it

Mi sono laureato in antropologia culturale, etnologia ed etnolinguistica all’università Ca’ Foscari di Venezia presentando un’etnografia riguardante la Chiesa Pastafariana Italiana. Trovo che i toni utilizzati nell’articolo da voi pubblicato oggi (“cotanto culto”; “c’è persino un paese che riconosce questa conventicola”; “la mistica del maccherone”) tradiscano nella migliore delle ipotesi un’ignoranza riguardo la questione; nel peggiore dei casi un esplicito intento derisorio.

Superficialmente il pastafarianesimo potrà sembrare una trovata goliardica, ma per moltissime persone è un simbolo della libertà di culto e di una lotta alle ingerenze religiose all’interno di apparati statali che dovrebbero restare laici.

Sin dal 2005 (data in cui si è iniziato a parlare di pastafarianesimo) Repubblica ha usato questo genere di toni e proposto questo tipo di letture nei confronti della religione pastafariana. Per quanto la cosa potesse – solamente in parte – essere giustificata nel periodo della prima diffusione del movimento, a 13 anni di distanza esiste una crescente letteratura accademica a riguardo (che sono fiero di rappresentare con una ricerca che continua ininterrottamente dal 2015), che non dovrebbe essere ignorata pur considerando come Repubblica non sia una rivista di divulgazione scientifica.

A 13 anni dalla Rivelazione, possono essere così tante persone in torto?

I recenti sviluppi politici e sociali nel nostro Paese gioverebbero assai da una comprensione più approfondita degli ideali che si pongono alla base del pastafarianesimo (tolleranza e rispetto reciproco; laicità delle istituzioni), soprattutto considerando che il gruppo italiano (solamente di sfuggita menzionato nella chiosa finale dell’articolo) costituisce quello più attivo e organizzato a livello mondiale.

Capisco perfettamente le esigenze di un quotidiano che deve mantenere viva l’attenzione di lettori distratti da centinaia di stimoli all’interno dei social network, ma ribadisco di essere basito dai toni utilizzati – si può fare clickbait senza per questo denigrare il soggetto preso in analisi nell’articolo. Paradossalmente, le didascalie che accompagnano lo slideshow incluso nell’articolo dimostrano una neutralità maggiore rispetto allo stesso.

Sperando che la prossima volta che la redazione di Repubblica vorrà prendere in esame l’argomento lo faccia utilizzando toni più obiettivi, vi ringrazio per l’attenzione,

Jacopo Ranzato,
Dottore in antropologia culturale, etnologia, etnolinguistica.

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Lettera dei Ministri di Culto Pastafariani a La Repubblica

Gentilissima redazione di ‘La Repubblica’,

scriviamo in qualità di Ministri di Culto della Chiesa Pastafariana Italiana in merito a quanto asserito dal vostro Pietro del Re in un recente articolo intitolato “Olanda, negata a pastafariani definizione di religione: niente foto con scolapasta in testa sui documenti”.

Già nell’occhiello i nostri correligionari dei Paesi Bassi vengono definiti “setta olandese”: di ciò non vediamo il motivo.

Con il termine ‘setta’ si è soliti indicare dei movimenti filosofici “settari“, cioè con caratteristiche di esclusività e di separazione rispetto ad altri movimenti, e in genere con ben altre finalità rispetto alla scientificità e all’esercizio del pensiero critico propri del nostro credo.

Ricordiamo inoltre che la Chiesa pastafariana olandese già nel 2016 era stata riconosciuta dallo Stato come associazione religiosa. Questo confligge con la sentenza del giudice riportata nel vs. articolo. Sono contraddizioni che ci si aspetta di trovare laddove le Istituzioni civili pretendono di regolare con delle leggi ciò che può e che non può essere oggetto di culto e venerazione.

Ciò non dovrebbe succedere in uno Stato laico, che dovrebbe rimanere equidistante da tutte le religioni, senza discriminarne/privilegiarne per legge alcune rispetto ad altre.

Anche nel nostro Paese, nel novembre 2014, la Chiesa Pastafariana Italiana si è costituita come associazione religiosa non lucrativa. Il nostro scopo, esplicitato nello Statuto dell’associazione, è quello di chiedere che lo Stato riconosca il Pastafarianesimo come culto. Perché, piaccia o meno, la nostra è una religione proprio come tutte le altre.

Veneriamo un Dio sbronzo e ci vestiamo da Pirati.
Questo forse non ci rende una Religione?

La definizione di parodia spesso utilizzata per etichettare il Pastafarianesimo risulta insufficiente per descriverne la complessità. E’ questa la conclusione a cui sono giunti persino studi antropologici (ci risulta che il dr. Jacopo Ranzato vi abbia scritto per precisare la questione) e che vi ha illustrato con grande profondità di analisi la nostra Pappessa.

Forse qualche differenza rispetto ad altre religioni c’è: non abbiamo dogmi né imperativi morali a cui obbedire, esiste un rito di iniziazione, il Pastesimo, ma al fedele non è fatto obbligo di parteciparvi. Anzi, ai Ministri di Culto pastafariani è del tutto esclusa la possibilità di pastezzare infanti e persone non in grado di intendere e di volere. Per aderire al nostro credo non chiediamo di rinnegare eventuali precedenti religioni, né di sapere tutto riguardo al Pastafarianesimo, né di credere in Dio, né tantomeno di versarci dei soldi.

Poche righe più in basso, ci definite addirittura “conventicola”.
Ora, con il termine ‘conventicola’ in italiano – definizione della Treccani – si intende: “Adunanza segreta di poche persone, solitamente per fini disonesti; più genericam., accolta di persone che perseguono un fine comune ma con intenti settarî”.
Del Re ci accusa dunque di essere una “adunanza segreta, quando la nostra attività è presente su internet e reperibile da chiunque.

Nelle nostre attività piratesche di segreto cè ben poco.

Riteniamo curioso che vi sia venuto in mente di associarci ad una setta segreta. Non ci siamo offesi, perché i pastafariani non sono permalosi e non si offendono neppure davanti a chi bestemmia il loro Dio (Dioscotto è la nostra campagna per l’abolizione delle leggi contro la blasfemia). Riteniamo, piuttosto, che l’unica spiegazione di un tale modo di porsi da parte di un giornale come il vostro, che ha fatto di tolleranza e laicità delle bandiere, sia da ricercarsi in una sostanziale ignoranza in materia di pastafarianesimo.

Per questo motivo vi invitiamo a pubblicare una rettifica e vi rendiamo nota la nostra disponibilità a colmare le evidenti lacune che affliggono il vs. giornalista.

Potete contattarci a questo indirizzo di posta elettronica, oppure tramite la pagina facebook della Chiesa Pastafariana Italiana.
Ancora meglio, saremmo onorati se veniste a farci visita al nostro prossimo raduno nazionale, che si terrà ad Anzio dal 30 agosto al 2 settembre. Il tema del raduno sarà la campagna “Liberi Verso il Vulcano” per la libertà di scelta sul fine vita, in collaborazione con l’Associazione Luca Coscioni.

In attesa di un riscontro, porgiamo i nostri più sinceri saluti e inviamo le nostre più unte pennedizioni. RAmen

 

I Ministri di Culto della Chiesa Pastafariana Italiana

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Il Pastafarianesimo è una religione

Pappessa Scialatiella Piccante I
Pappessa Scialatiella Piccante I

Gentile redazione de La Repubblica,
sono “tal” Pappessa Scialatiella Piccante I, guida spirituale della Chiesa Pastafariana Italiana, al secolo Emanuela Marmo.

Scrivo in riferimento all’articolo di Pietro Del Re datato 17 agosto 2018.

Giacché la notizia riguarda la religione professata dalla mia Chiesa e considerando che sono espressamente citata dal vostro articolo, mi sento autorizzata a chiedere che la vostra testata pubblichi questa lettera.

Ho il dovere di esprimere un’opinione su quanto la frittella olandese subisce, rappresentando il mio sentito appoggio a Mienke de Wilde. Ho il dovere di dare riscontro ai frittelli italiani che mi domandano di intervenire perché sia fatta una informazione più obiettiva.

Parto da alcune evidenze pragmatiche.

I pastafariani non sono organizzati in sette, bensì in ciurme. In Italia le ciurme danno vita a Pannocchie e, via via, a centri di fede più complessi.
Il termine “seguace” non è appropriato. Sarebbe più consono quello di “fedele” o “credente“.
Non comprendo in base a quali criteri la richiesta di indossare il nostro copricapo appaia uno scherzo.
La nostra religione ha vissuto per millenni all’oscuro di molti. Posso immaginare la sorpresa che ha colto la comunità mondiale alla rivelazione del nostro profeta Bobby Henderson. Non vedo altri motivi di stupore. Cosa c’è di sorprendente nel nostro abbigliamento sacro? Turbanti, corone piumate, maschere e tiare sono davvero più ordinarie e discrete?
Perché pastafariani è scritto tra virgolette? Non è slang. Non è gergo. Usate le stesse cautele ortografiche con le altre minoranze etniche o religiose? Perché Pappessa è scritto con l’iniziale minuscola?

Quali sono i fattori che riconoscono dignità e spazio d’esistenza a una cultura? Il potere, il governo dovranno indicare alla stampa i formulari cerimoniali con cui rivolgersi a questa o quella guida spirituale? In assenza di tale indicazioni, che si fa? Potremmo affermare che l’attenzione e l’approfondimento sono da assicurare senza pregiudizio?
Sono domande lecite, eppure sono certa che l’autore dell’articolo non sia in malafede. Credo si sia sentito libero di adottare un tono scanzonato, rilassando ogni nervo formale, perché ha senz’altro ravvisato nel linguaggio pastafariano benevolente semplicità. Ha fatto bene.

Tuttavia, altrettanto allegramente, provo ad approfittare della fortunata attenzione che oggi ci coinvolge.

Perché il pastafarianesimo non è trattato al pari di altre religioni?
Sono la storia, la durata della tradizione, il valore economico dei beni posseduti da una chiesa, sono i privilegi, la capacità di venire a patti con i governi, determinando gli usi, i costumi e i diritti dei cittadini, a dare misura del senso di una religione? O hanno pari valore la facoltà di determinare un pensiero, il discernimento del singolo che intorno a concetti e ideali condivisi stringe relazioni fino a formare gruppi dotati di coscienza civile?

Le chiese cristiane, su base biblica, esistono in qualsiasi luogo ove due sono riuniti in nome di Cristo.
Ebbene, molti si riuniscono in nome del Prodigioso sulla base di un testo che è oggetto di studio e culto.
Così come il crocifisso da tanti è inteso quale simbolo sacro e al contempo culturale, il colandro pastafariano è strumento liturgico quotidiano e anche icona che, attraverso la metafora del nutrimento e della convivialità, trasmette all’esterno i principi religiosi e gli ideali sociali dei pastafariani.

La vita spirituale dei pirati pastafariani non è diversa da quella di fedeli di altri culti. Si svolge illuminata da credenze, si consuma attraverso rituali e celebrazioni. La vita pubblica pastafariana appare effettivamente più singolare, perché caratterizzata da un modus operandi razionalista, ironico, possibilista. Per questo motivo l’elemento satirico rinvigorisce molta parte della nostra comunicazione pubblica, offrendo una possibilità di superare ed elaborare le divergenze evitando di imporre le proprie convinzioni.
Esplorare la vita con gioia, disincanto e dubbio non è un atteggiamento poco serio.

Puntare le vele nella coscienza della propria libertà e responsabilità, dando attenzione e valore alla vita terrena e presente, non è una scelta poco seria. Comunicare e percepire gli altrui messaggi senza cedere il fianco alla propaganda o a coloro ai quali è concesso il lusso di entrare nell’esistenza dell’individuo quando questo non ha ancora raggiunto l’età per fare valutazioni razionali e autonome, non è poco serio. Che ciò accada, ad esempio, davvero non è uno scherzo, eppure, vedete, se non ci fossero bricconi come noi non farebbe notizia.

La via pastafariana alla convivenza pacifica e alla pari suggerisce l’estensione dei diritti, al di là di ogni pregiudizio di immagine.
Agli occhi del chi guarda da lontano il digiuno, la castità, la fustigazione, la fede nel miracolo o nelle apparizioni appaiono egualmente scherzi della ragione. Se l’uomo cerca la pace in un’ostia o all’ombra di una pietra caduta dal cielo, chi siamo noi per giudicarlo? Chi sono loro per giudicare il Vulcano eruttante birra, mentre eterna, sessuale e voluttuosa, innocente e prelibata, si svolge la danza di uomini e donne prodigiosi?

Vi raggiunga la mia pennedizione, con l’augurio che bendiate l’occhio abituato a procedere automatico e scopriate il piacere di essere vedette: in alto si sta benissimo, se è per vedere meglio.

Con ammmore (tre emme),
Pappessa Scialatiella Piccante I

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Un papa per nemico

Alla vigilia dell’ultima puntata della quarta stagione di Comedy Central News, l’ufficio legale di Viacom Italia (canale Sky dedicato all’intrattenimento e alla comicità), ha bloccato la messa in onda dell’intervista impossibile di Saverio Raimondo al papa: l’ufficio temeva una querela.

Al comico è stata offerta la possibilità di aggiustare l’intervista operando dei tagli, ma Saverio Raimondo ha preferito rinunciare del tutto alla messa in onda dell’intervista, piuttosto che eliminare delle parti.1

Curiosamente, Saverio Raimondo sarà tra gli artisti coinvolti in una manifestazione promossa dalla CEI che, oltre a programmare un importante spettacolo musicale, prevede anche l’incontro dei giovani con il papa: a volte anche i satiri diventano buoni!2

Considerando che CCN non è una trasmissione satirica d’assalto, considerando che la prudenza richiesta, più che un atto di censura, attua una sorta di obbedienza preventiva, mi sono chiesta come mai ci si aspetta che l’arte riverisca simboli verso i quali dovrebbe essere autorizzata a sviluppare visioni soggettive, radicalmente soggettive.

Saverio Raimondo è oggetto di censura preventiva?

Desidero raccontarvi un paio di storie che, come questa di Saverio Raimondo, hanno come oggetto di relazione un simbolo, ossia il papa.

Approfondisci

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Pastafarianesimo in Bocconi 10 – Approfondimenti: Tolleranti con tutti (salvo che gli intolleranti?)

Prima questione: cosa significa tollerare.

Tollerare ed essere tolleranti significa avere un atteggiamento disponibile e aperto (e tanta tanta pazienza) quando ci si confronta con le varie avversità del caso.

Seconda questione: chi sono gli intolleranti.

Sono intolleranti quelli che si pongono in modo chiuso e limitato rispetto alle questioni della vita, dimostrando di agire spinti dai pregiudizi e senza ragionare, e che riversano odio su tutto ciò che è diverso. Le persone che credono di avere la verità in tasca e che non si mettono in discussione, criticando gli altri e infierendo su tutti quelli che reputano diversi da loro sono intolleranti (e anche un po’ coglioni e cattivi).

Questa affermazione però può essere considerata un paradosso. Se siamo tolleranti con tutti, dovremmo essere intolleranti con nessuno, se siamo intolleranti verso gli intolleranti diventeremo intolleranti anche verso noi stessi e dunque non riuscendo a tollerarci faremo qualcosa nella quale non ci sentiamo a nostro agio.

In altre parole la questione è che dobbiamo essere tolleranti verso tutti; anche perché i condimenti 7, 1 e 4 dicono proprio questo: non siamo migliori di altri ma uguali (o perlomeno simili) e dobbiamo amarci per questo, dobbiamo godere delle affinità e rispettare le differenze, in ogni caso tolleranza.

 

Il filosofo austriaco Karl Popper formula nel 1945 il “Paradosso della Tolleranza”.
In quel momento probabilmente doveva essere stato toccato dalle Sue Sugose Appendici.

 

Applicazioni concrete

Tollerare ed essere tolleranti significa non accanirsi, non vendicarsi, non umiliare, non insultare, non danneggiare, non aggredire e non attaccare ma piuttosto ascoltare, capire, spiegare, avere pazienza, accettare e voler bene a tutti quelli che non credono nel PSV, a tutti quelli che prendono in giro il PSV e i pastafariani, a tutti quelli che ci danno contro, a tutti quelli che ci fanno un torto e a tutti quelli che hanno più di noi (in termini di diritti, privilegi, ecc.), così come quelli come noi, così come quelli un po’ più sfigati di noi.

«Se noi no, allora neanche loro» non è un ragionamento tollerante; piuttosto «Se loro sì, possiamo anche noi?».

Nessuno ci deve nulla, ma sicuramente possiamo chiedere delle cose e far notare delle differenze o delle ingiustizie, che comunque continueremo a tollerare, senza manifestare violentemente contro altre confessioni o qualcosa che non ci garba.

 

Perché attaccare le altrui convinzioni e imporre il nostro credo?
Il nostro Dio è così sugoso che fa gola solo a guardarlo!

 

Siamo pirati pastafariani: un po’ sbronzi e sgangherati ma pur sempre dei cittadini civili, con una morale e dei valori da condividere, non da imporre.

Il nostro scopo è proporre un messaggio che si può accettare come no: poniamoci per quello che abbiamo in più di altri e che vogliamo condividere, non per quello che abbiamo in meno e che vogliamo ottenere o ci è dovuto.

Vogliamo contribuire a migliorare la società o vogliamo l’8 per mille? Entrambe le cose, ma credo che dare a delle persone la possibilità di vedere il mondo diversamente sia molto più significativo e gratificante che avere le tasche piene.

Tollerare tutto non significa lasciar passare tutto: ci sono cose che si possono accettare e cose che vanno condannate e rifiutate; la tolleranza è un atteggiamento verso le cose, non una forma d’indifferenza.

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Dioscotto al CRACK! Festival 2018 – Diario di Brodo della Pappessa

Da quando la campagna Dioscotto è stata ufficialmente lanciata attraverso la Conferenza in Campidoglio, non ho smesso di interrogarmi su come affrontare la questione non dal punto di vista di esperta di satira, quale pure sono, bensì di capo spirituale della Chiesa Pastafariana Italiana, quale anzitutto sono.

 

Da un punto di vista religioso sono evidentemente favorita da una serie di concetti espressi nelle nostre scritture. Il Prodigioso non ci ha creato a propria immagine e somiglianza, bensì a immagine e somiglianza del pirata. Offrendoci un ideale a dimensione umana, il Prodigioso ha posto nella vita terrena il senso della misura e ha escluso dalla nostra morale qualsiasi direzione che non sia umana. L’uomo ideale non è puro, non compie miracoli, non si realizza emancipandosi dalle passioni.

Creati a Sua Immagine? Non si direbbe. (“Touched by His Noodly Appendage” di Niklas Jansson)

Anche il linguaggio, dunque, può essere corporale e avvicinare al terreno ciò che sfugge alla “potenza” delle persone. Mi sono chiesta come mai, pastefice e fervente credente pastafariana, io simpatizzi più per i bestemmiatori che per le persone religiose quanto me, seppure di altri culti. Non mi sta a cuore la difesa del sacro o del sentimento del sacro?
Mi sta a cuore la libertà di culto. Cionondimeno, la libertà di culto non significa trasformare il proprio culto in una condizione etica valida per tutti, tanto meno in qualcosa di cui non si possa dire, di cui non si possa dire “male”.

Nei miei lunghi viaggi dentro la satira, dentro l’arte e la letteratura, quante volte mi è accaduto di trovare uomini vinti dall’assenza di dio, uomini pervasi dall’urgenza di negarlo, per disperazione, per intuizione, per oppressione! L’insulto, l’offesa, la blasfemia in arte sono figure retoriche, sono cariche espressive ideologiche, psico-emotive, tematiche cui l’artista non può rinunciare perché in esse esprime una visione e una storia.
È lecito impedire che ciò sia elaborato dalla cultura, che la cultura – con i mezzi suoi propri, simbolici e figurati – liberi la sua vena sovversiva?

La campagna Dioscotto dà voce naturalmente anche alle persone che imprecano per intercalare, non danno alcun significato letterale ai modi di dire di cui si servono. Sono persone che bestemmiano… con innocenza. Al bar, per una mano a carte sventurata, allo stadio per un rigore, alla stazione quando l’ultimo treno è perso per un pelo. Persone che non ce l’hanno con dio o con chi in egli creda. Sono solo portatori di una cultura millenaria che mescola sacro e profano, che quando non c’è che la cattiva sorte con cui prendersela, istintivamente proiettano la rabbia oltre.

La bestemmia può essere un intercalare, un urlo liberatorio. In determinate occasioni anche un gesto atletico.

Tuttavia non possiamo non notare una ricorrenza. L’articolo 724 del nostro codice (penale -NdR), che identifica come illecito amministrativo il reato di blasfemia (la bestemmia), e gli articoli di vilipendio della religione, sono applicati soprattutto ai danni di artisti. Su ciò non sono riuscita a bendare l’occhio.

La campagna Dioscotto ha avuto modo, in svariate occasioni, di porre ad esempio Hogre e DoubleWhy. Dopo una serie di eventi in più località italiane, che hanno visto protagonisti soprattutto Daniele Fabbri e i Paguri (Daniele Caluri ed Emiliano Pagani, autori di Don Zauker), ho raccolto intorno a me fidi pirati e ho proposto loro di portare la campagna in una realtà artisticamente “dirompente”, in mezzo a quelli che maggiormente avrebbero potuto averne bisogno.

Da 14 edizioni, il CRACK! è un festival autogestito e auto-organizzato dedicato al fumetto e all’arte disegnata e stampata. Dall’underground mondiale i partecipanti trovano nello spazio “illegale”, nomade e multiculturale del festival un’area franca di espressione. Eventi come questi affidano all’immaginario il compito di dire qualcosa del mondo e alla cultura la capacità di organizzare il pensiero dissidente con obiettivi politici filantropici.

Manifesto ufficiale della XIV Edizione del CRACK!

In tale contesto, la mia ciurma ed io abbiamo individuato l’approdo migliore per tracciare una zona di libertà per i bestemmiatori che però restasse pubblica, ovvero culturalmente comunicativa. L’intento era di fare opera di divulgazione, esponendo alcuni esempi di opere considerate blasfeme, ma in realtà semplicemente critiche riguardo ad alcune palesi incongruenze e ingiustizie.
Questo era il progetto.

In poche ore, grazie al coinvolgimento diretto di Hogre e DoubleWhy, la Sala per Bestemmiatori all’interno del Forte è diventato qualcosa di incredibile. A loro, infatti, si sono aggiunti Illustre Feccia, Spelling Mistakes Cost Lives e Vytautas, street artist e creativi.

La cella assegnata alla Chiesa Pastafariana Italiana si è tramutata in una cappella “blasfema”. Per birracolosa coincidenza essa conservava alcuni disegni risalenti all’edizione dello scorso anno, disegni che sono stati in parte recuperati in quanto pertinenti. E così la “mandria” di Olè , a sua stessa insaputa e, successivamente con sua compiaciuta scoperta, ha offerto un dono alla causa: grazie a loro, dalla parete centrale, Ned Fladers salutava i nostri visitatori con Salve Salvino, Dio Mostro Assassino.

Il muro della Sala Bestemmiatori al CRACK! Festival 2018

La quantità di persone non al corrente del fatto che anche in Italia vigono articoli di legge contro la blasfemia non si può immaginare. Ci chiediamo come si possa rispettare un divieto di legge, se non si sa che esso esiste!

La Sala per Bestemmiatori, tuttavia, non incitava alla trasgressione. Ho personalmente accolto curiosi, artisti e visitatori, raccomandando loro: «Bestemmia Dioscotto, non sarai sanzionato», mentre il Priore di Roma provvedeva a raccogliere fondi per la campagna, dispensando pacatamente i valori contenuti nei nostri Otto Condimenti. Mona Sappista, sulla scorta dell’interesse manifestato, abilmente virava verso i contenuti della nostra fede, portando al mio cospetto un numero crescente di persone desiderose di risvegliare il proprio pirata interiore.

In un fermentare di pastezzi, pennedizioni, di richieste di informazioni precise e circostanziate in merito alla legge e a quanto da essa previsto, Illustre Feccia ha avuto un’idea che, attuata con la cooperazione divertita di Vytautas, ha donato alla campagna alcune ore di creatività collettiva.

Il suggerimento dell’artista non era tanto di bestemmiare Dioscotto per non essere sanzionati, bensì di inventare nuove bestemmie contro il Prodigioso, mettendone alla prova il senso dell’umorismo e la tolleranza. L’artista ha così messo a disposizione di tutti il proprio quaderno dei disegni, prendendo nota delle bestemmie improvvisate dagli astanti. Queste venivano successivamente declamate con il megafono, rimbombando vivacemente nel corridoio della cella. Il Prodigioso non si è urtato affatto, anzi, in questa onda incontrollabile di liberazione linguistica, che avvicinava le persone tra loro, confondendo idiomi e accenti, le conversioni al pastafarianesimo sono state innumerevoli.

Mona Stappista impartisce tegliologia

Ho perso la voce per dare ai pastezzi di massa la massima passione spirituale, dividendo il piacere liturgico con Mona, la quale dirigeva con ugola potente i cori di RAmen che chiudevano indifferentemente preghiere e bestemmie. Ecco cosa ha dichiarato Mona Stappista alla ciurma a fine serata:

Qui si è bestemmiato per puro gusto di insubordinazione. Si è bestemmiato per il piacere monello di sbalordire. Si è bestemmiato per rievocare un’antica tradizione toscana, di vocalizzi cadenzati sul sacro e sul profano, sulla zolla e sulla Madonna. Si è bestemmiato come atto politico, a dimostrazione che le leggi non tutelano Dio (che grande e grosso com’è potrebbe difendersi da solo senza mettere in mezzo guardie e tribunali), ma a tutelare i poteri che vi si trincerano dietro, a limitare il diritto di espressione. Per farlo abbiamo utilizzato un megafono, che è stato strumento ma anche icona di un progetto che incide solo se si ha il coraggio di veicolarlo forte, usando ogni megafono possibile, perché ogni megafono è legittimo. E i muri delle città sono megafono, le banchine dei mezzi pubblici sono megafono, gli spazi pubblicitari piratati sono megafono, i monitor informativi sono megafono!

Hogre e DoubleWhy sono artisti protetti dalla nostra Chiesa e dal mio personale pappato, l’importanza della loro esperienza è attestata anche dal fatto che, in cerca di loro, ci ha fatto visita un’esponente di Arts Right Justice. Però desidero chiudere questo diario di brodo lasciando parlare Illustre Feccia, il quale non solo ha animato la nostra sala con la sua sapienza di paroliere, ma mi ha consegnato una lettera, scritta a tutti voi:

 

Ahoi pirati!
Con gran piacere vi lascio una breve introduzione della mia opera “mangiapreti”.
La mia arte anticlericale nasce con il rifiuto del battesimo, per un ateismo anarchico, nichilista e luciferino. Sconosciuti piaceri, liberatori e di grande orgasmo creativo simboleggiano la fine e la totale liberazione della piovra cattolica dalla mia vita. 

Le opere che dedico alla campagna Dioscotto sono due: Porcoiddio e NO God No Massacre.

“Porcoiddio” di Illustre Feccia

La prima è un’incisione litografica tratta da un libricino di poesie a tema gli Animali, stampato in Francia con un mio amico editore e poeta. Le poesie sono dedicate al mondo misterioso di animali “assurdi”: l’axolotl, la puzzola, la trota, il ratto e anche il porcoiddio.

Il porcoiddio o Porko Dius (impestatoladro)è l’animale più macellato fra tutti e rinnegato dalla sua stessa famiglia suina. È uno tra gli animali da macello più odiati e più imprecati dalla donna , anche in ragione dell’ampia gamma di tipi di oppressione e gerarchia patriarcale omofoba, misogena(eviavia), organizzazioni, che da lui derivano come ad esempio la sacra romana chiesa (S.p.a. cattolica), i mormoni, i testimoni di geova e K.K.K. Ku Kux  Klan, etc.

“No God no massacre” di Illustre Feccia (particolare. Clicca sull’immagine per ingrandire)

La seconda opera si chiama NO God No Massacre è un ritratto iconoclastico della famosa psicopatica Madre Teresa di Calcutta, ad acrilici, disegnato sul retro di un poster pubblicitario 120x180cm. Il ritratto della santissima è composto da tanti piccoli teschi in bianco e nero che, formando il viso, ci introducono alle sinistre e sanguinose attività e imbrogli di Teresa: sta truffaldina invece di prendersi cura dei malati indiani diffondeva sadismo cattolico e intascava i fondi mondiali di associazioni di carità per strappare ai malati una conversione al cattolicesimo, per poi abbandonarli alle loro infezioni e quindi alla morte.

Pensate al colosso economico che la s.p.a. cattolica ha costruito dietro sta pazza qua!

Illustre Feccia

È evidente che un artista anticlericale, anarchico, nichilista e luciferino, valuti Madre Teresa di Calcutta come una donna qualsiasi, non come una santa, esponendola alle medesime procedure grottesche e satiriche che subirebbe un qualsiasi altro personaggio di interesse pubblico. È un reato non considerarla santa? O è ingiusto considerare un reato la possibile scelta di non crederla una santa?

Come mi scrive Mona Stappista nel nostro incessante scambio di unte pergamene, Dioscotto è una battaglia di laicità che richiede capacità dirompenti e la nostra ciurma di artisti sacri non la tocca affatto piano, questa audacia piratesca ci conduce a porti lontani.

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