Lettera del Dott. Ranzato alla Redazione de La Repubblica

Alla cortese attenzione dei responsabili,

Vi scrivo in relazione all’articolo pubblicato oggi (17/8/2018) in merito alla battaglia che la Chiesa pastafariana olandese sta conducendo in merito al proprio riconoscimento e alla propria libertà di culto, così come letto al link.

Uno stralcio dell’articolo di Pietro del Re su Repubblica.it

Mi sono laureato in antropologia culturale, etnologia ed etnolinguistica all’università Ca’ Foscari di Venezia presentando un’etnografia riguardante la Chiesa Pastafariana Italiana. Trovo che i toni utilizzati nell’articolo da voi pubblicato oggi (“cotanto culto”; “c’è persino un paese che riconosce questa conventicola”; “la mistica del maccherone”) tradiscano nella migliore delle ipotesi un’ignoranza riguardo la questione; nel peggiore dei casi un esplicito intento derisorio.

Superficialmente il pastafarianesimo potrà sembrare una trovata goliardica, ma per moltissime persone è un simbolo della libertà di culto e di una lotta alle ingerenze religiose all’interno di apparati statali che dovrebbero restare laici.

Sin dal 2005 (data in cui si è iniziato a parlare di pastafarianesimo) Repubblica ha usato questo genere di toni e proposto questo tipo di letture nei confronti della religione pastafariana. Per quanto la cosa potesse – solamente in parte – essere giustificata nel periodo della prima diffusione del movimento, a 13 anni di distanza esiste una crescente letteratura accademica a riguardo (che sono fiero di rappresentare con una ricerca che continua ininterrottamente dal 2015), che non dovrebbe essere ignorata pur considerando come Repubblica non sia una rivista di divulgazione scientifica.

A 13 anni dalla Rivelazione, possono essere così tante persone in torto?

I recenti sviluppi politici e sociali nel nostro Paese gioverebbero assai da una comprensione più approfondita degli ideali che si pongono alla base del pastafarianesimo (tolleranza e rispetto reciproco; laicità delle istituzioni), soprattutto considerando che il gruppo italiano (solamente di sfuggita menzionato nella chiosa finale dell’articolo) costituisce quello più attivo e organizzato a livello mondiale.

Capisco perfettamente le esigenze di un quotidiano che deve mantenere viva l’attenzione di lettori distratti da centinaia di stimoli all’interno dei social network, ma ribadisco di essere basito dai toni utilizzati – si può fare clickbait senza per questo denigrare il soggetto preso in analisi nell’articolo. Paradossalmente, le didascalie che accompagnano lo slideshow incluso nell’articolo dimostrano una neutralità maggiore rispetto allo stesso.

Sperando che la prossima volta che la redazione di Repubblica vorrà prendere in esame l’argomento lo faccia utilizzando toni più obiettivi, vi ringrazio per l’attenzione,

Jacopo Ranzato,
Dottore in antropologia culturale, etnologia, etnolinguistica.

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